Spettacolo Divino

Senti il Signor Vento gridare? Aggrappandosi con le sue mani lunghe e le dita affusolate, disperato, cerca di afferrare un appiglio tra le antiche mura, sgretolate di salsedine, per l’ennesima sua dipartita…

Mai una volta nella vita, neanche una volta, s’è potuto fermare un’attimo per goder dell’acre profumo dei gerani abbandonati al sole tra le inferriate arrugginite di quei balconcini stretti, magri e indifferenti…

Si sente il Signor Mare, poco più in là,

Esplode in una fragorosa risata, una dopo l’altra, una risata di petto, quasi fosse un tenore, la sua voce echeggia, nasce dal profondo…

Non è per offesa, non è presa in giro, è solo grandiosa potenza che nel silenzio della notte bussa ad ogni portone, risuona in ogni orecchio…

Non è presa in giro, è solo consapevolezza… consapevolezza che ognun lor Signori, sia l’incontenibile Vento, sia il possente Mare, hanno un ruolo definito nel palcoscenico dell’infinito …

Eppure ognuno di loro ha, seppur brevemente, attimi di inesplicabile rivoluzione del proprio essere, persino il Cielo talvolta si rapprende scuro in volto, oh sì, persino violaceo di rabbia, e accartocciandosi di dolore sfoga in urla roboanti e accecanti la sua ragione… infine scatenando un pianto amaro e battente, talvolta acido, gradualmente placa l’amarezza…

Per ciò il Mare ride, lui che più di ogni altro avrebbe da ridire… lui che ogni notte deve rimettere e rigurgitare tanta di quella vergogna che hanno sepolto nelle sue viscere…

In tutto ciò in tutta questa folle conversazione, tra lor signori, nonostante tutto, ancora, non osano sfogar l’ira sull’uomo, ancora lo ritengono loro spettatore, loro cliente e amico, ancora oggi, ogni mattina, quando il Signor Sole schiocca le dita, ognuno è pronto al proprio posto ad inscenare uno spettacolo grandioso, uno spettacolo divino.

Ripartire

Saper piangere di gioia e nostalgia è stupendo, Ho salutato un’altra vita per abbracciarne un’altra ancora.

I volti dei miei fratelli

Nel solco che una lacrima o un sorriso disegna sui loro volti c’è ogni ricordo

Ho vissuto di nuovo mille dolori, lutti e nascite, rabbia e pace, dolore e gioia… amicizia e delusione …

Tutto nei loro volti

La nostra vita nella vita di altre centinaia ancora…

Ma con un cielo così, da navigare, pulito e d’azzurro oltremare, tolgo l’ormeggio legato stretto agli affetti, tra le mani scivola la fune, un veliero non ha motivo d’esistere se non lasciar gonfiare le vele al vento della vita che ho scelto

Ancora uno sguardo al faro, alle navi, ai pescatori. Il grido del gabbiano è un saluto e il suo volo un incoraggiamento a partire

Oggi sono qui e riparto per solcare un mare di grano d’oro ondeggiante …

Ormeggeremo ancora a una nuova vita con nuovi volti in cui cogliere altre mille emozioni di cui far tesoro.

Ne faremo tesoro ancora, vivremo ancora migliaia di altre vite.

Sicilia (traduzione)

Distesa al sole

con il suo cuore d’oro bruno palpitante

isolata dal mondo

emerge profumata dal mare…

 

Il mare, premuroso l’avvolge

nell’abbraccio della sua spuma la stringe

dentro il suo cuore d’acqua la protegge

nel suo liquido sentimento l’ama…

 

Fiore di sale, fiore azzurro nel mare

Danza nell’onde

danza nel vento

danza nel grano

Bella Sicilia bruciante danza nel calore del sole incantato…

 

Sole dolce appoggiato sulle pietre bollenti del porto,

Sole che aspetti l’odore del pesce. Il pesce che lotta per la vita nell’abbraccio ruvido delle reti stanche.

Sole dolce appoggiato sulla schiena calda di questa terra

Sole che aspetti profumo di vita

di limoni d’oro

delle arance con i suoi figli

di fichi maturi, uva passa e pinoli,

di grano bruciato,

d’uva fermentata,

di capretti e pecore su sentieri polverosi,

ricotta che bolle,

di ginestre gialle e verdi,

di sulla rosso porpora e del suo bacio dolce dolce.

 

E così terra bella e stanca aspetti che il sole vada a dormire per respirare un po’, e nella frescura della notte resti distesa sotto il manto eterno.

Sicilia

Distesa o suli
cu a so’ cori d’oro bruno palpitante
isolata do’ munnu
emerge profumata do’ mari…

O’ mari, premuroso l’avvolge
nell’abbraccio di la spuma sua a stringe
nta suo cori d’acqua a protegge
nta liquido suo sentimento l’ama…

Ciuri ri sali, ciuri azzurru nta mari

Danza nell’onde

danza nta vientu

danza nta grano

Bìedda sicilia bruciante danza nta càvuru du suli ‘ncantato…

Suli duci appujato supra i pietre bollenti du portu,

Suli chi aspetti l’odore du pisci. U pisci chi lotta pri la Vituzza nell’abbraccio ruvido di li reti stanche.

Suli duci appujato nta to carina calda ri chista terra

Suli chi aspetti u profumo ri Vituzza

ri lumìa d’oro

ri partuallu cu i figghi suoi

ri fichi maturi, pàssula e pinoli,

du grano bruciato,

ri racìna fermentata,

ri capretti e pìecuri supra sentieri polverosi

ricotta chi vugghi

ri ginestre gialle e verdi

ri sulla russu porpora e du suo vasu duci duci

Accussì terra bìedda e stanca aspetti chi u suli va a ruormiri pi rispirari ‘n po’, e rintra a frescura di la notti resti distesa sutta u manto eterno.

Radici

Il percorso della memoria,

Alberi radicati nella nostalgia…

Ogni volta ti fermi,

Sdraiato sotto gli alberi,

Aspetti,

Che il sole attraverso i ricordi

Ti scaldi la pelle del cuore.

 

Ma ogni volta ti rialzi

Respiri aria nuova,

Un vento freddo e libero risuona tra le foglie,

Ti rialzi, sorridi,

Abbracci quel vento

L’insegui.

 

La strada dei ricordi,

Radici, nell’anima,

Profonde,

Ferme eppure libere,

Una Madre,

Un Padre,

La piccola casa,

Cento metri d’asfalto, un pallone,

Un cortile, una bicicletta,

I ghiaccioli sciolti sui gradini

I cornicioni, il volo delle rondini

 

Le prime partenze,

L’ansia e l’amore,

Un uomo, un bambino,

Le foglie verso il sole

Una macchina, un viaggio

Un lavoro, un sogno

Il volo, la vita straniera

 

Il percorso della memoria

Promettimi di non dimenticare

Lascia crescere chi sei

Lascia intatte le tue radici

Cresci solo verso il sole

Verso il cielo,

Questo è l’unico percorso della memoria

La poesia dei silenzi

I ricordi sono argilla morbida che non fa rumore,

Argilla bruna,

Argilla è ciò su cui i nudi piedi appoggio.

Profumata terra,

Aromatico sentiero.

Silenzi tra i cespugli verdi,

Sul sentiero dietro casa, silenzi.

Quei silenzi mi condurranno ancora,

Quei silenzi a giocar bambino con l’incanto della mente,

Con la fantastica, serena, placida giornata d’infinite estati perdute.

Soleggiata, splendida e silenziosa strada dei ricordi,

Restami accanto,

Ti percorrerò ancora.

Napoli

Chesta nun è na’ città,
quèst è o’ sguàrd profònd e bruno
d nu’ bambino

Sòn uocchi grandì, scurì, comm perlè nerè brillantì
Nu sguàrd pulitò, rinto na’ faccià sporcà

E” o’ sguàrd pentìt e’ na’ creatùr ca’ chiedè scusà a’ mammà

Nu sguàrd ca’ fa domànd
Nu sguàrd ca’ aspètt na’ rispostà

Nu visò piccirillo, sporcò e sudatò e’ chi a giocàt tuttò o’ juorno in miez a’ via.

Ragazzì, sti uocchi li teng fissàt ppe sette annì,
quèst uocchi nun li potrò maje cchiu’ scordarè.

Il pescatore

Inatteso, discreto e gentile,

quella mattina, il sole, chinandosi sulle reti esauste,

colse di sorpresa perfino il pescatore.

Restò seduto là, in silenzio,

solo alcuni minuti, prima di illuminare il mondo.

Restò con gli occhi chiusi, con un sorriso appena accennato,

restò così, ancora per un po’,

per ascoltare il richiamo dei gabbiani,

il loro grido di libertà,

che riverbera solitario sull’acqua.

Aspettò,

per non mettere fretta a nessuno,

perché ognuno avesse il tempo di finire il proprio sogno.

Non si aspetta mai l’alba, mai,

a meno che la gioia, il dolore o un’ispirazione non ti lascino in pace,

ma il pescatore era solito stringere la mano al sole prima che andasse a illuminare il mondo.

 

Il sole, prima di andarsene, fissò il pescatore.

Lo guardò con attenzione:

Il suo viso bruciato e saggio, fatto di solchi, di rotte marine conosciute a memoria,

le sue mani gonfie di fatica, socchiuse e logore,

i suoi occhi acerbi come quelli di un bambino.

Ma quando stava per salutarlo,

il sole si accorse che il pescatore aveva lasciato per un attimo il timone al vento,

chiudendo i suoi piccoli occhi umidi e salati…

Quindi prima di andarsene,

il sole,

si avvicinò al pescatore, e,

pieno di ammirazione,

come ogni giorno,

lo accarezzò,

teneramente,

come una mamma.

 

Il pescatore,

lasciò riposare i pensieri nel silenzioso sciabordio.

Respirando a fondo,

restò immobile

senza gioia, senza dolore,

senza desideri, senza rimpianti.

Restò solo,

ascoltando il cuore del mare,

il suo battere lento e incessante.

Restò solo,

solo come chi perde un fratello.

Solo con la sua fede.

Solo con il profumo fresco del pesce.

Solo, con il legno vivo della sua barca,

con la spuma bianca del mare e la sua scia,

la scia che il suo viaggio ha disegnato tutta la vita,

come un’incisione invisibile sotto la pelle del mare.

Solo, riposando.

 

L’applauso improvviso delle onde svegliò bruscamente il pescatore.

Anche il mondo ormai s’era quasi svegliato,

illuminato dal sole,

miriadi di pensieri, voci e sguardi.

Era tempo di tornare a terra,

tra le persone

tra le cose reali.

Doveva trovare subito approdo,

prima che il sole avesse finito di svegliare il mondo,

doveva mettere i suoi piedi nudi sulla sabbia fredda del mattino,

prima che il mondo si accorgesse di lui,

doveva,

come tutti,

smettere di vivere.

Tempesta in Krimisa

Dondola nervosamente la barcaccia,

fiuta l’odore,

aspro sentore di tempesta.

Disorientata, sconvolta, sbattuta,

cielo per mare

mare per terra

per l’onde

per onde ancora

capogiro per capogiro

strappata da terra,

ributtata a terra,

osteggiata e livida.

Vomitata dall’onde rigonfie, ubriache e schiumose.

Ad ogni tonfo,

dolorosamente i segni sulla chiglia porta.

Il braccio steso della fune logora e sfinita l’afferra,

legata, come una puledra impazzita,

alla terra frastagliata,

logora, cremisi e selvaggia.

Il cielo, la sua violacea tensione

il suo elettrico respiro,

frastuono fragoroso,

roboante

prolungato richiamo

grido del cielo sul mare in tempesta.

Il mare, suo liquido gemello,

si contrae scuro in viso

accecato dai lampi

s’accartoccia,

si distende con l’onda poderosa

per afferrare,

la schiumosa bianca mano

per afferrare,

per placare il pianto del cielo.

Nel Silenzio improvviso,

fischiano i cespugli spinosi, verdi, brillanti,

intrappolano il vento

Si bevono goccia, goccia,

l’ultima pioggia

illuminata dal sole autunnale.

Arrivata sull’umida ala sciroccata d’un vento meridionale,

una terra straniera,

riveste d’un sabbioso manto rosso ogni cosa.

Si crogiola la barcaccia,

sulla punta d’una terra dimenticata,

sfinita al sole,

si distende.

 

 

 

 

 

#Monferrato

L’esplosione d’una fiamma dondola al vento,

delicata, spinosa, carminia, dipinta.

In silenzio, imprime l’ombra indistinta su antichi muri assolati,

stretta nel pugno chiuso della sua vellutata bellezza.

Il suo cuore pulsante, profumato, sboccia lento,

lento, passo passo,

come il passo dell’edera,

dell’impervia sua ascesa,

sull’umido, ruvido tufo giallo.

All’ombra dei respiri profondi della quercia, senza tempo, senza fretta,

i racconti delle nonne,

cadono inascoltati,

lievi, leggeri,

sul profumo del fieno,

come una verità, una scoperta, un ricordo.

I bimbi, disinteressati e sudati,

indiani dispersi sull’aia, con volti pitturati di terre rosse,

all’inseguimento di galline stupite, pigre lucertole e conigli curiosi.

Disteso, supino, arreso, il segugio si lascia andare infranto sul polveroso, caldo terreno.

Là, l’anima del grano, lascia all’infinito la sua pelle, che ruvida e dorata, erra ripudiata nel vento.

L’orto, al canto del gallo si sveglia,

la sua terra accaldata,

nelle mattine d’estate,

accarezzata da rugiada silenziosa, solleticata dal cristallino rigo d’acqua, che solitario corre, curioso s’insinua, tra i piedi dei germogli freschi disseta.

La vite: L’inebriante sua promessa,

il suo generoso, fervente, vitale prodotto.

La saggezza d’un sentiero:

Il cammino curvo d’un vecchio,

la zappa a spalla,

il solco,

il seme,

la vita.